
Sul Foglio di oggi commenti e analisi sulla Lega Nord. Ne parlano: Mattia Feltri; Stefano Menichini; Maurizio Crippa; Marco Barbieri; Sergio Soave e David Parenzo.
“Un individuo modesto, non privo di ragioni per esserlo!” Così Winston Churcill parlava dell’avversario politico laburista Clement Attlee, che lo aveva sconfitto alle elezioni. Un po’ più colorite e meno “inglesi” le espressioni usate da alcuni dirigenti del Carroccio nei confronti degli avversari. Il nostro Paese, del resto, per molte ragioni non è certo l’Inghilterra. “Mai servi di Roma! Se non ci daranno il federalismo li prenderemo tutti a calci nel culo!” Così tuonava l’On. Mario Borghezio domenica a Venezia al consueto appuntamento della Festa dei Popoli padani o il pro sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, acclamato dai manifestanti come un vero sceriffo, che in dialetto trevigiano ricorda con orgoglio “nella mia città un minareto mai sorgerà! Se gli islamici vogliono pregare vadano pure nei loro deserti, lì c’è tanto spazio” Ma non facciamoci abbagliare da quelle che il sociologo Aldo Bonomi - nella prefazione al libro “Romanzo Padano, storia della Lega Nord da Bossi a Bossi” di David Parenzo e Davide Romano Sperling & Kupfer editore - chiama “le grida” della Lega. Perché per capire il fenomeno e il successo del Carroccio bisogna invece sentirne i “sussurri”. Per lungo tempo il sistema mediatico e la politica ufficiale abboccavano alle grida: gli urli “contro Roma- ladrona”, l’invenzione del “dio Po” , il dito medio di Bossi ostentato contro l’inno nazionale e molto altro. E infatti, mentre ci si concentrava su tutto questo Bossi e la Lega crescevano e si radicavano coltivando umori e malumori del territorio. Il partito si è via via trasformato nel corso di tutti questi anni ma senza cambiare nelle modalità dell’agire politico. Attorno al gruppo fondatore (Bossi, Maroni, Calderoli, Giorgetti e la moglie del Senatur, l’amatissima Manuela Marrone) si sono aggiunti giovani dirigenti che oggi ricoprono ruoli di primo piano sul territorio e a livello nazionale. Basta pensare ai due giovanissimi capigruppo di Camera e Senato, Roberto Cota e Federico Bricolo, cresciuti nel vivaio della Lega e arrivati nel Palazzo dopo una lunga gavetta sul territorio. Il Partito democratico ha candidato l’operaio Boccuzzi e imprenditori di grido come Colaninno e Calearo per dimostrare di essere interclassista e capace di tenere insieme “il diavolo e l’acqua santa”, la Lega non ha bisogno di questo perché da anni porta nelle istituzioni l’artigiano, l’architetto e l’operaio. Nomi per lo più sconosciuti alla grande stampa, ma conosciuti nei loro territori di appartenenza. Non servono roboanti nomi del mondo dello spettacolo, veline, cantanti, attrici e giornalisti, questi servono ai partiti tradizionali per rifarsi il make- up e acchiappare qualche voto in più, al Carroccio servono persone che siano davvero espressione dei bisogni locali. I leghisti sono i moderni sindacalisti del territorio, che nel corso degli anni si sono imposti nonostante l’opposizione dei principali mezzi di comunicazione. Di fatti, per segnare la propria esistenza la Lega utilizza prima le scritte sui muri delle strade (anche il Ministro degli Interni Roberto Maroni, in un passato piuttosto remoto si è cimentato nella pasquinata della scritta venendo poi pizzicato dalla Polizia) e poi i famosi manifesti, fatti solo di scritte e non di facce. L’innovazione comunicativa passa anche da questo: i dirigenti del partito devono comparire non sui muri delle città (“questo lasciamolo fare agli altri”come ripete sempre Bossi) ma tra la gente, quella vera dei mercati e delle fabbriche. Sui manifesti ci sono solo slogan e programma politico. Del resto, siccome “i muri sono i libri dei popoli” quale migliore viatico per lanciare un messaggio se non il manifesto politico a fumetti? Pensate ad uno dei primi manifesti dell’allora Lega Lombarda, quello con la gallina (la Lombardia) che scodella uova d’oro per Roma e più giù. Siamo nel lontano 1988 ma quel manifesto ha fatto scuola tanto che vent’anni dopo, quel furbone di Antonio Di Pietro lo ha ripreso quasi identico per attaccare Berlusconi e il suo federalismo spendaccione! Bossi e la Lega hanno trasformato la coscienza di classe in “coscienza di luogo”, questa è l’unica chiave per capire il risultato delle ultime elezioni, con quell’ 8% che ancora fa venire il sangue amaro ai più . Di ispirazione pacifista, no-global (dalla parte dei coltivatori esattamente come Bové in Francia), ma soprattutto operaia. Non è Rifondazione comunista, è la Lega Nord. La grande differenza con la sinistra storica sta però nel suo pragmatismo, che l’ha fatta divenire da pacifista dura e pura a interventista. Per chi non lo ricordasse infatti, il partito di Bossi si era opposto insieme a Occhetto alla guerra di liberazione del Kuwait prima nel 1990, e anche alla guerra di D’Alema contro Milosevic nel 1999. Poi l’11 settembre 2001 anche lei è stata “assalita dalla realtà”. Alla coscienza di classe ha sostituito la coscienza di territorio, e quindi al sindacato ha sostituito “la lobby” degli interessi locali. Una lobby trasparente e trasversale che ha conquistato il piccolo commerciante e il libero professionista, l’operaio della bergamasca iscritto alla Fiom e la pensionata che abita in periferia. Un vero partito, quello di Bossi, Calderoli e compagnia, l’ultimo vero partito leninista radicato sul territorio che fa congressi, ha le sezioni, una classe dirigente giovane (l’età media dei deputati e senatori del Carroccio è rappresentata da quarantenni) e una autentica militanza. Oggi, piaccia o meno, la Lega Nord è la più antica formazione presente in Parlamento. Gli altri partiti hanno dovuto cambiare nome, simbolo e alle volte pure leader: il Carroccio no, è da vent’anni sempre lo stesso con l’Alberto da Giussano stampato sulla bandiera e al timone il Senatur. Se in Lombardia, Veneto e Piemonte il successo era garantito, diverso e più profondo è il risultato che la Lega ha ottenuto in Emilia Romagna e Toscana. Nella rossa Emilia, il Carroccio è passato dal 3,8% al 7,1% e ora pure l’isola di Lampedusa ha un rappresentante del “leon che magna il terron” a Palazzo Madama. La ristoratrice Angela Maraventano, il 13 e 14 aprile, è diventata Senatrice della Repubblica. “Sugnu leghista. Leghista da Lega Nodd. E’ bellissimo. Chiederò l’annessione di Lampedusa al Comune di Bergamo. Qua non funziona niente!” Puro folclore? Puo’ darsi, ma intanto l’onda verde del Carroccio sbarca pure al Sud e si espande oltre la linea del Po.